ALESSANDRA BUCCHI

Fate piano se potete

Originariamente il titolo di questa mostra sarebbe dovuto essere Flora, casomai: Flora per la figura persistente come il concetto stesso di famiglia, che si muove all’interno della dialettica dell’artista; casomai per evidenziare quella leggerezza nell’accadimento, o meno, di piccoli eventi e ritrovamenti in un ambiente quotidiano costruito su memorie.
Forse proprio quest’ambiente intimo e famigliare ha evitato questa titolazione per l’eccessivo grado di privato posto in scena, spostando così la scelta su una richiesta di attenzione nell’entrare in questo ambiente sottile e sospeso. Fate piano se potete come una sorta di oggettività sacrale posta all’entrata delle chiese, che evita l’ambito personale dell’artista, per riportare il tutto ad un grado più generale e comunitario. Come se sfocando l’attenzione alla figura o all’oggetto di riferimento nel concepimento di un’opera si potesse direttamente registrarne la sua provenienza archetipa. Da qui una raffigurazione della famiglia che non è più la famiglia dell’artista, ma quella a cui ogni persona, attraverso la visione delle opere, può ritornare con la mente, là, dove da piccoli ci si accucciava a spiare la vita attorno, nel silenzio della propria ingenuità a segnare nella memoria i colori e i gesti di coloro che erano grandi e pieni di parole ancora da sapere. La paura di dimenticare, la narrazione del ricordo che come il sogno tende a cambiare e a perdere nitidezza ad ogni ulteriore racconto spingono ad evitare le parole per descrivere o fermare ciò che è stato, per usufruire di mezzi invece più oggettivi ed esterni, più sicuri. La fotografia come istantanea del ricordo. Azioni performative meccaniche vote al vivificare qualcosa che sta lentamente sgretolandosi. Trascrizioni impercettibili di frasi estrapolate da iscrizioni tombali, nel tentativo di rendere generale un concetto di vissuto passato privato. La scelta di omettere ogni riferimento specifico, da un lato dimezza il dolore, mentre dall’altro rende l’esperienza condivisa, allontanando l’idea che tutto ciò che è brutto e spiacevole non ci riguarda, aiutando ad evitare il preconcetto dell’immunità e spingendo invece a riflettere in prima persona. In fondo rimane un bisogno di mostrare ciò che è rimasto chiuso, ciò che è stato vissuto, immagazzinato e catalogato. Una collezione di momenti tra fattori di assenze e potenziali presenze. Fate piano se potete è una materia soppesata, una piccola scatola che contiene forti sapori di cucina e di terra, catalogata sotto la sezione fragile, al cui interno rimane un mondo scavato da ricordi.

“Non ho capito perché Rivka ha nascosto la sua fede di nozze nel barattolo e perché lei mi ha detto: ‘Casomai’. Casomai e poi cosa? Cosa?” “Perché ci fosse una prova che era esistita” (…) “No. Io penso che era casomai qualcuno un giorno facesse una ricerca.” (…) “Di modo che noi potevamo avere qualcosa da trovare.” “No. Non esiste l’anello per te. Tu esisti per l’anello. L’anello non è casomai tu. Tu sei casomai l’anello.”

Jonathan Safran Foer
Ogni cosa è illuminata

 

Quando ero bambina, il mese di novembre, mia madre mi portava tutti i venerdì sera a recitare il Rosario nella cappella del cimitero di Sant’Ippolito, il mio paese. Rimanevo sempre molto affascinata dai lumini accesi nella notte che vibravano leggermente e da quelle scritte celate dall’oscurità. Dentro la chiesa mi distraevo leggendo le storie riportate sulle tombe dei giovani soldati, morti durante la seconda guerra mondiale.

Queste fascinazioni dell’infanzia mi accompagnano ancora oggi, facendomi riflettere sull’idea di tempo, che con il suo lento e inesorabile scorrere cancella tutto, ricordi, memorie, emozioni, lasciando solamente flebili tracce di ciò che è stato, per poi far cadere ogni cosa nell’oblio. Con le mie opere ho voluto prendermi cura di questi segni oramai quasi invisibili, ravvivando ciò che è stato dimenticato o abbandonato; una sfida contro il tempo, bloccato in istantanee che, con segni delicati e durevoli, narrano le storie di un’umanità lontana, altrimenti destinate a scomparire.
Alessandra Bucchi

Venerdì 22/11 18.30_22.00
Sabato 23/11 12.00_19.00
Domenica 24/11 14.00_19.00

Artierranti presso Spazio Luci e Ombre,
Via Mascarella 12 Bologna.

Tel: 346 805 2941

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Via Sant'Isaia,

40126 Bologna BO

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