Antonello Santè Paladino La Prima Ruggine

Antonello Santè Paladino

“La Prima Ruggine”
14/15/16 Giugno 2013
Opening Venerdì 14 Giugno 18:00 – Sala Museale del Baraccano, Bologna.

Squarci di vedute anacronistiche si aprono su un immaginario senza storia. La sostanza umana echeggia dalle macchinose architetture desolate abitate oramai solo da primordiali figure animalesche. Un sostanza cancellata dall’assenza del tempo, in una condizione di sospensione tipica del sonno. Il palpito vitale bussa dentro corpi assopiti, immuni al risveglio, ma come presenze di un’antica Atlantide sommersa, subiscono l’ossidazione e la corrosione salina delle correnti diventando essi stessi architetture e impalcature di un laborìo celato. Un sottile filo afono mette in comunione le opere di questo artista, le cui figure scarne, rinchiuse nel loro piccolo mondo di scarti meccanici, come relitti sommersi di esistenze, proiettano le proprie sagome come a voler fuggire dalla loro condizione solitaria. sull’esuberanza. Da un contesto quotidiano d’inflazione e sovrapposizione d’immagini e suoni votati al riempimento d’un qualsiasi vuoto, un ritorno alle piccole azioni isolate per ritrovare il gesto naturale dell’esistenza del sentire.

“e venne dall’acqua, e venne dal sale
la penitenza dalla mano del mare
il comandante avanza e niente si può fare
vuole una morte, la vuole a!rontare
e lì l’attendeva, dove il sole cala
cala e non muore, e l’acqua non lo lava
e il demone lo duole, sui banchi d’acqua
stregati di olio e petrolio
e il vento non alzava, e il mare imputridiva
legati a un solo raggio, tutti presi in ostaggio
avanzavamo lenti, senza ammutinamenti
e il comandante é pazzo, e avanza nel peccato
e il demone ch’è suo, adesso vuole mio
e brinda con il sangue all’odio ci convince,
che se é sua la barca che vince, dev’essere la mia
e gli occhi non videro, non videro la luce
non videro la messe, che altri non l’avesse
e il cielo fece nero, e urlò la nube al cielo
e s’a!amò d’abisso, che tutti ci prendesse
Matri mia, salvezza prendimi nell’anima
Matri mia, le ossa nell’acqua
anime bianche, anime salvate
anime venite, anime addolorate
che io abbia due soldi, due soldi sopra gli occhi
due soldi per l’onore, due monete in pegno
per pagare il legno, la dura voga del traghettatore
e vieni occhi di fluoro, vieni al tuo lavoro
vieni spettro del tesoro
la vela tende, il vento se la prende
la vela cade, le remi allontanate
e accese sui pennoni
i fuochi fatui, i fuochi alati
della Santissima dei naufragati
Matri mia, salvezza prendimi nell’anima
il tempo stremava, l’arsura ci cuoceva
parlavamo alle vare e il silenzio dal mare
e il legno cedeva all’acqua suo pianto
la vela cadde, la sete ci asciugò
acqua, acqua, acqua in ogni dove
e nemmeno una goccia, nemmeno una goccia da
bere
e gli uomini spegnevano, spegnevano il respiro
spegnevano la voce, nel nome dell’odio
che tutti ci appagò, il cielo rigò di sbarre il suo
portale
il volto di fuoco, dentro imprigionò
lo spettro vedemmo venire di lontano
venire per ghermire, nero di dannazione
vita e morte, vita e morte era il suo nome
Matri mia, salvezza prendimi nell’anima
Matri mia, salvezza prendimi
questa é la ballata di chi si é preso il mare
che lapide non abbia, ne ossa sulla sabbia
né polvere ritorni, ma bruci sui pennoni
nei fuochi sacri, nei fuochi alati
della Santissima dei naufragati
O Santissima dei naufragati vieni a noi che siamo
andati
senza lacrime senza gloria, vieni a noi, perdon,
pietà.”

“Santissima dei naufragati”
Vinicio Capossela

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