Il 17 settembre del 1984, per fortuna non di venerdì, Gabriela Bin decide di venire al mondo con un gesto anticonformista che si ripercuoterà irrimediabilmente su tutta la sua esistenza: il suo parto sarà podalico, la prima cosa che verrà a contatto col mondo esterno sono i suoi piedi… solo in un secondo momento comparirà la testa. Figlia di insegnante cresce con uno strano amore per la scuola, lo studio e l’impertinente pretesa di poter insegnare qualcosa di utile agli altri. La sua adolescenza molto comune è segnata da una prima grande sconfitta: nonostante l’amore per il punk si rende ben presto conto che la sua natura, troppo allegra, mal si concilia col nichilismo e il desiderio di distruzione del sistema. Per questo dopo essersi diplomata al liceo scientifico frequenta, la triennale in Economia e Gestione dei Beni Culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ma questo era decisamente troppo anche per lei. Dopo la prima laurea arriva il primo vero gesto di ribellione: si trasferisce a Firenze per conseguire la laurea specialistica in Produzione e Gestione di Arte e Musei, scoprendo la passione per l’antropologia e per la sua vera missione: la didattica museale. La prima esperienza in questo campo si svolge alla GAMeC di Bergamo, dove farà un tirocinio proprio nell’ambito dei Servizi Educativi. La sua natura un po’ irrequieta e vagabonda (forse perché nata coi piedi) la spinge ad esplorare altre realtà italiane, nel vano tentativo di dimostrare che in Lombardia non c’è solo la nebbia, così, non contenta, si sposta a Bologna dove intraprende un secondo tirocinio formativo, presso il MAMbo, sul quale scriverà la tesi. Galeotto fu l’incontro con il Dipartimento di Didattica, che farà sorgere in lei il desiderio di saperne di più su questa realtà. Per questo si iscrive al Biennio di Comunicazione e Didattica dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Nella fosca e turrita città, tra un corso di teatro e una serata in piazza con amici, chitarre e vino rosso, vince il bando di concorso del Servizio Civile Nazionale e lavora come guida, organizzatrice di attività laboratoriali e tutto fare, presso il Museo di Zoologia. Si avvicina così al mondo delle associazioni culturali, ne fonda una e lavora per un anno all’interno del Museo della Città, Palazzo Pepoli, come Educatrice museale. Ora che ha un lavoro remunerato, la baby sitter, ha intrapreso l’ennesimo tirocinio presso l’associazione culturale Hamelin, che svolge attività di promozione alla lettura in svariate forme, da festival a laboratori nelle scuole per tutte le età. In attesa della terza laurea fa un bilancio della propria vita: la nonna non sa dire in cosa si è laureata la nipote, tanto che se l’è fatto scrivere su un biglietto, la domanda che le fanno più spesso è “si, ma in concreto, di cosa ti occupi?” e i genitori apprensivi, tentando di non urtare la sua sensibilità, si chiedono sconsolati quando troverà un lavoro VERO. Per tutta risposta sceglie volontariamente di aderire al Progetto Artierranti, che, si spera le mostri la propria strada!